Il giorno in cui ho scoperto di avere il diabete

Quando si pensa all’insorgenza del diabete di tipo 1, o insulino dipendente, la prima cosa che viene in mente è il termine diabete giovanile: una malattia che, se proprio deve, insorge presto, sin dai primissimi anni di vita e nell’adolescenza.

Glucosio basso previsto da sensore Simplera ad orologio Garmin

Il diabete viene associato a fattori ereditari ed io, non avendo nessun caso in famiglia non ci avevo mai pensato. Eppure nella mia adolescenza ero molto ipocondriaco: pensavo di potermi ammalare di tante cose, ma mai di diabete. La vita però ha un modo tutto suo di sorprenderti e nel 2007, in età adulta, mi sono ammalato di diabete. Avevo 24 anni, e stavo vivendo uno dei periodi più intensi della mia vita.

Una scoperta casuale

In quel periodo stavo frequentando un Master di 3 anni in Business School internazionale: un anno in Torino, uno a Londra e uno a Parigi, lezioni in lingua, business case continui, peer pression, e le difficoltà di procurarsi una internship nel paese ogni anno. Ero esattamente a metà del percorso. Avevo appena finito il secondo anno e avevo deciso di prendermi una pausa dagli studi per applicarmi sul campo e fare qualche esperienza lavorativa. Vivevo a Londra e lavoravo per una prestigiosa società finanziaria della City vecchia. Era un periodo entusiasmante, ma anche stressante: ero all’estero, convivevo con la mia compagna dell’epoca, i soldi non abbondavano e lavoravo a ritmi serrati.

La cosa incredibile è che non mi sono accorto di stare male.

Nessun sintomo tipico, come sete continua o dimagrimento. Ho scoperto tutto per via di una formalità: lavorando nel Regno Unito, mi arrivò una lettera dell’NHS (il National Health Service, il sistema sanitario britannico) che mi invitava a registrarmi presso un medico di base (il GP o General Practice) e a fare degli esami di routine. E così feci. I risultati? Andava tutto bene, tranne la mia glicemia che era a oltre 300. Anche il medico era incredulo, al punto che mi fece rifare gli esami due volte a distanza di un paio di settimane con la raccomandazione di evitare qualsiasi dolce e limitare i carboidrati, ma anche la seconda tornata di esami non lasciava scampo. Il sospetto divenne diagnosi: avevo il diabete.

Qual è la causa?

Il diabete mellito è una malattia autoimmune causato dal sistema immunitario, il quale, per qualche ragione, attacca e distrugge alcune specifiche cellule del pancreas, interrompendo per sempre la produzione di insulina. Ma perché proprio in quel momento? Riflettendoci e documentandomi sulla malattia ho scoperto la probabile causa: una semplice e banale influenza. Mesi prima avevo avuto una stranissima e forte influenza. Unita allo stress enorme del lavoro e della vita all’estero, quell’infezione è stata probabilmente la scintilla che ha causato tutto. La verità è che non lo saprò mai per certo, e forse non cambierebbe niente.

La mia reazione

Di fronte a questa pesantissima novità, ho deciso di fermarmi un attimo e riprendere in mano la mia vita. Era febbraio, mi sono licenziato all’ottavo mese di contratto, ho lasciato Londra (nonostante la società fosse disponibile a supportarmi in ogni modo) e sono tornato a casa, in Italia, per curarmi e rilassarmi in vista di settembre, quando sarei dovuto partire per Parigi.

Tornato a casa, ho fatto le prime visite tramite il primario di diabetologia dell’ospedale della mia provincia, ma per alcune analisi specifiche ho dovuto fare dei viaggi a Torino. Lì è arrivata la diagnosi precisa: diabete LADA (Latent Autoimmune Diabetes in Adults), una forma di diabete a insorgenza tardiva.

All’inizio la terapia era leggera: ricordo di aver iniziato solo con un apporto di Lantus, l’insulina a rilascio lento e metformina. Poi, gradualmente, è iniziata la mia nuova vita quotidiana con il monitoraggio e la terapia multi-iniettiva. Parliamo del 2007-2008, un’epoca in cui i sensori continui che abbiamo oggi non c’erano. La mia nuova vita divenne composta di iniezioni di insulina ad ogni pasto, pungidito, strisce reattive, e l’immancabile diario delle glicemie da compilare a mano.

Ma davvero devo fare l’insulina per sempre?

Mentirei se dicessi che non ho provato fastidio e paura all’idea di dover iniziare a farmi l’insulina. Era quello che mi dava fastidio: l’insulina. Ricordo bene quella sensazione di angoscia e lo sconforto di dover accettare questa malattia, questo terribile destino. Ma, se devo essere onesto, è durato pochissimo. Non so se sia stato perché ero giovane, ma la sensazione di disperazione durò molto poco.

Non so come, ma ho semplicemente accettato la cosa e ho continuato a fare la mia vita. Ho imparato col tempo a gestire il mio metabolismo, i boli, il calcolo dei carboidrati, il monitoraggio e ho ripreso a vivere: sono tornato a correre, a vedere persone e a giocare come prima. A settembre di quell’anno sono ripartito come da piano ed andato a Parigi, ho finito il mio Master alla grande e ho iniziato a lavorare. Tutte le scelte di vita che ho fatto in seguito sono state prese in totale indipendenza dalla mia condizione. All’epoca avevo persino aperto un blog su diabete (che poi ho chiuso chissà perché, e che oggi sto riaprendo attraverso questi articoli).

Non mi piace pensare che chi abbia il diabete abbia una marcia in meno, a livello di potenzialità sono convinto che siamo tutti uguali: nella vita tutti noi corriamo, solo che chi ha il diabete corre con uno zaino sulle spalle. È uno zaino certamente complicato e pesante e che va gestito con le sane abitudini, le cure, le visite, i consigli dei medici, le diverse letture e con la propria esperienza. Ma con il supporto giusto, che sia la famiglia, un partner, gli amici, i propri interessi o il proprio cane, la vita va avanti.

Assolutamente e meravigliosamente avanti! A proposito, vi siete già allenati oggi?

Sei una persona o un parente o amico di qualcuno che convive col diabete? Puoi raccontare qui sotto la tua esperienza. Mi piacerebbe saperne di più: commenta qui sotto!

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